mercoledì, 29 marzo 2006
Decalogo del perfetto scooterista
[Scritto tanto tempo fa]
Un paio di anni fa, decisi di realizzare un vecchio sogno: comprarmi un motorino, piccolo e maneggevole, tipo il vecchio ``Ciao''. Lo sognavo leggero, versatile, blando, adatto a me che non sapevo neppure andare in bicicletta. Dopo un giro di consultazioni con gli amici, mi ritrovai infatti con un improbabile Honda SH 150, peso 130 kg, altezza del sellino ridicolmente maggiore della lunghezza delle mie gambe. Il tempo e' passato, ancora non ho imparato le tecniche di sorpasso ne' superato il mio personale muro del suono (che si assesta sui 50 km/h). Ai semafori, laddove il popolo dei veri scooteristi parte sempre in pole position, il mio motorino cammuffato da moto continua a giocare la parte della safety car. Pero', unendo la mia esperienza con i consigli di vari amici su due ruote, alcune cose fondamentali le ho imparate.
1- Se non dai gas, la moto cade. Paradossale ma vero [grazie a Fabio].
2- Se vuoi curvare, devi inclinare la moto. Inutile illudersi di curvare col pensiero [grazie a Silvia].
3- Non guardare gli specchietti: guarda avanti [grazie a Stefano].
4- Il peggior nemico dello scooterista e' l'automobilista pensante in auto parcheggiata [grazie a Laura].
5- Lo scooterista e' il peggior nemico del ciclista [a dispetto dei ciclisti giocondi che ti si attaccano alla targa e si infilano nella scia di vuoto].
6- Il parabrezza ha un suo perche'. Nelle giornate di vento, consente infatti di trasformare lo scooter in un windsurf. Da provare a Trieste, nelle giornate di bora.
7- Un bicchiere di vino in corpo, aiuta a guidare meglio. Un litro, no.
8- Se proprio non puoi evitare di ascoltare Ipod con le cuffie sotto il casco mentre guidi, evita almeno di farlo cantando a squarciagola al semaforo davanti ai vigili.
9- Un tipo in divisa che ti agita una paletta rossa tonda davanti agli occhi, non ti sta salutando [grazie a Megaloman].
10- Due freni sono decisamente ridondanti; con un po' di umorismo, poi, si potrebbe fare a meno di entrambi [grazie a Ciro e alla sua Vespa]
Poi ho notato che alcune di queste regolette si possono applicare alla vita quotidiana. La 1) per esempio. Stentavo a crederci, e mi ostinavo a guidare a passo d'uomo, fin quando ho CAPITO. E' una metafora della vita. O acceleri, o cadi. Non esiste via di mezzo. Andare lentamente non corrisponde ad uno stato stabile, punto. La moto non e' un triciclo, per due punti non passa un solo piano. E patapunfete. La moto, ferma, cade. La 2), anche. A ogni cambiamento di rotta, nella vita, corrisponde uno spostamento fisico, un movimento, uno sforzo. La staticita' non e' consentita.
La 3), poi. Se ti guardi alle spalle in continuazione, con la paura di essere travolto, finirai tu stesso col travolgere il solito Fausto Coppi della domenica. Tu guarda avanti. Se gli altri faranno lo stesso, sarai salvo. Ma la 10) e' forse la piu' vera. A che servono, i freni? Ci sono gia' troppi ostacoli, su cui interrompere il nostro viaggio, su cui frenare, su cui schiantarci. Tu vai. Che la vita va, e tu le cammini sopra a colpi di pennello. Brum Brum.
[n.d.c., "The Dreamer", Ozzy Osbourne, dedicata a Qismat e Laperha, perle oltre oceano]
31 marzo 2006. Meglio tardi che mai: buon compleanno, Muxu! [A Danilo, "Birthday", The Beatles]
martedì, 28 marzo 2006
A (bad) day in the life.
Un giorno, nella vita. Cosi'. Magari sei particolarmente, pericolosamente lucida. Cosi' lucida da non poter evitare di essere anche maledettamente schietta. Spietatamente onesta. Che apri gli occhi e non trovi un motivo valido per non richiuderli all'istante. I read the news today, oh boy...
["A day in the life", The Beatles]
postato da: charm alle ore 11:25 |
lunedì, 27 marzo 2006
Born to run?
A sedici anni ho guidato un aereo. A diciotto, la prima automobile. A trentatre', ho imparato a guidare lo scooter. Pochi mesi fa ho iniziato ad andare in bicicletta. Oggi, magicamente, nella mia casa e' apparso un triciclo. Ho la sensazione di aver sempre corso, e di avere adesso un insano bisogno di lentezza.
[n.d.c., "La pulce d'acqua", A. Branduardi]
martedì, 21 marzo 2006
Nonno Armando
Mio nonno Armando era un romano doc, diretto discendente della generazione dei Cesari e clone di Nerone, a giudicare dal naso aquilino e dai profondi occhi simili a solchi nell'anima. Mentre imperversavano le guerre mondiali, si ritrovo' vedovo e poverissimo con otto bocche da sfamare (e della razza piu' avida, oltretutto: bocche femminili!). Capisci bene che ci vuole un certo rigore per non perdere la testa in certe situazioni. Sta di fatto che lui era un uomo severissimo. Nessuno lo ha mai piu' visto sorridere dopo il discorso di Mussolini in Piazza Venezia, che annunciava l'entrata in guerra dell'Italia. Nonno passava il suo tempo a rilegare libri con una perizia inverosimile, a costruire a mano cartografie astronomiche basate su misurazioni da lui stesso eseguite, e a restaurare i vecchi tomi conservati nei musei del Castel Sant'Angelo, nei cui giardini pascolavano le sue otto figlie. (Fu proprio con il velluto rosso delle vetrine di quel museo, che mia madre si cuci' l' abito da sera che indosso' la sera in cui conobbe mio padre, scatenando il colpo di fulmine del secolo. Ma questa e' un'altra storia).
Narra la leggenda che questo uomo ostinatissimo e severo andasse spesso da Roma a Latina (e ritorno) a piedi, cosa che gli provoco' in vecchiaia alcuni problemi collaterali: nessuna calzatura reggeva piu' il confronto col piede di mio nonno, che pertanto fu costretto a reinventarsi un concetto di scarpa new-age basato su strisce di cuoio cucite personalmente da lui. Quando arrivo' il televisore, mio nonno ne fu terrorizzato, tanto che proibi' alle figlie di avvicinarsi alla casa della vicina che ne conteneva uno. "Quello e' uno strumento del demonio, statene lontane!", le ammoni' gravemente, come se stesse preannunciando l'Apocalisse. Invecchio' traducendo testi antichi dal greco e dal latino, armato solo di pennino e calamaio, amando quei libri come l'unica cosa che valesse la pena salvaguardare in un mondo che oramai gli incuteva solo paura. In punto di morte, mi convoco' per chiedermi con aria di rimprovero cosa volessi fare da grande. "La scienziata, nonno. Voglio fare la scienziata". E lui mi rispose, senza ammettere repliche: "Balle. La scienza, la matematica, sono tutte balle. Scrivi."
[n.d.c. Il titolo della canzone non ve lo dico; se per caso la riconoscete, se ve la ricordate, se vi siete anche voi, almeno una volta, scatenati al ritmo idiota di questo motivetto...allora vuol dire che la vostra giovinezza e' finita per sempre! Un abbraccio equo e solidale da parte mia!]
sabato, 18 marzo 2006
Vita da enzima
Io mi sono sempre sentita un enzima. L'enzima e' un "catalizzatore biologico". Una proteina in grado di accelerare una reazione chimica tra due (o piu') componenti X e Y, reazione che potrebbe avvenire comunque, ma in tempi molto piu' lunghi. Avvenuta la reazione, l'enzima rimane identico a se stesso. Le tracce del suo passaggio, tuttavia, sono indelebili e irreversibili, e X e Y si sono trasformati in qualcosa di completamente diverso. In pratica: arrivo io, mi affaccio nella vita di una persona, ed e' il caos, il disastro nucleare, l'uragano Rita: incontri, matrimoni, divorzi, litigi, gente che si da' alla carriera ecclesiastica... Poi mi scrollo la polvere dalla giacca, e vo via, senza neanche il coraggio di voltarmi a contemplare i ruderi. Ecco, pero' oggi posso dire che qualcosa e' cambiato. Che non sono piu' solo un enzima, ecco. Che anzi sono una canoa sulle rapide del Chippewa River, e spero che qualcuno mi passi almeno i remi.
[n.d.c. "Ti amero' lo stesso", P. Turci]
giovedì, 16 marzo 2006
Peccati capitali (ovvero: mi dichiaro innocente)
[su invito di TerribileStella]
Mi hai invitata ad una pubblica confessione dei miei "peccati" capitali. Cosa che presuppone il riconoscimento del significato di "peccato" in concetti che a me paiono perfettamente naturali, umani, e pertanto non condannabili da chicchessia. L'unico vero peccato mortale sarebbe non fare tesoro di ogni istante della propria vita. La mia coscienza, unico giudice al quale mi inchino, mi suggerisce di non provocare il male altrui. Non sempre ci riesco. Detto questo, io avrei finito sul tema "peccato". Ma essendo un giochino, li passo in rassegna. Dunque.
Superbia: superba io? Solo perche' ho pensato che, con un po' di impegno, questo blog potrebbe diventare la migliore radio-mp3 illegale del globo? Superbia e' l'aria di cui si gonfiano i palloni vuoti per poter volare. A me pesano i miei limiti. Tanto. Ma ho stima di me. E a modo mio, qualche volta, volo.
Lussuria: fuori gara. C'e' chi il sesso ce lo ha in mezzo alle gambe. Io ce l'ho dentro la testa. Si chiama sesso cerebrale, tipico degli abitanti di Nettuno e del batterio Shewanella oneidensis. Sottoprodotti umani: orgasmi cerebrali, parti cerebrali, gravidanze isteriche, pippe mentali.
Ira: mi dicono sempre che dovrei inc***armi, alzare la voce, sbattere i pugni sul tavolo reclamando diritti. Cosa che purtroppo non so fare. L'ira e' una cosa molto sana, al pari della indignazione. Ci sono cose davanti alle quali non adirarsi e' indice di poverta' interiore. O di emorroidi in fase avanzata.
Gola: ci ho pensato, sai. La mia non e' gola. E' proprio fame! Una fame generalizzata, che mi spinge a colmare voragini, divorare compulsivamente libri parole sapori profumi disegni colori emozioni. Non sono mai sazia. Bulimica di vita, direi. Anzi, fammi dare un morso.
Accidia: e' stata il mio status. Il mio male. La mia croce. La tentazione di mollare tutto. La noia. Cio' che mi scorreva addosso senza toccarmi. Senza coinvolgermi. Senza.
Avarizia: e' la mia antitesi. E non solo perche' ho le mani bucate. Che tanto i soldi sono sempre troppi per la vita che faccio, e sempre troppo pochi per quella che vorrei fare. Non solo perche' non credo si possa davvero "possedere" qualcosa. Mi sentiro' ricca solo quando avro' perso tutto. Non solo. Parlo di avarizia di se'. Io non sono avara di me stessa. Sul serio.
Invidia: invidio tutti coloro che sono cio' che io non sono e che vorrei essere (e' un'ampia categoria di individui). Ovvio. Naturale. Normale, direi.
[n.d.c., "L'ultimo bacio", Carmen Consoli]
lunedì, 13 marzo 2006
Senso.
Poche cose possono essere intense e divoranti come il desiderio di una donna da parte di un uomo. O di una donna.
[n.d.c. "Quando m'en vo", da La Boheme atto II, G. Puccini, soprano Anna Netrebko. Civettuolo, delizioso contrasto tra il dramma in atto nell'opera e la divampante seduzione femminile di Musetta.]
venerdì, 10 marzo 2006
Dipendenze
C'e' una battaglia sulla quale muoio un po' ogni giorno. E' quella del raggiungimento degli equilibri. Equilibrio non e' un termine che mi appartiene naturalmente. Il rapporto che stabilisco con il piacere (in senso lato) diventa istantaneamente quello di pura e pericolosa dipendenza. Il desiderio tende sempre ad assumere le dimensioni dolorose della mancanza, della nostalgia, della irraggiungibilita'. E tutte le emozioni sono portate all'eccesso, oscillando dal gelo della neve al fuoco del vulcano. Mi muovo oggi in bilico su un filo teso, con la costante paura di cadere, di perdere la concentrazione anche solo per un fatale momento. E di riaccendere un piacere che potrebbe divenire un bisogno, quindi una debolezza.
[n.d.c., "Vorrei incontrarti", A. Sorrenti]
lunedì, 06 marzo 2006
L'eterno secondo.
Era un ragazzo non bellissimo, ma neanche bruttissimo. Forse non era proprio una ragazzo, diciamo un uomo. Sapeva disegnare, ma non tanto da poterne fare una professione. Aveva suonato molto bene, da giovane, ma non tanto da farci carriera. Scriveva bene, non tanto da diventare scrittore. Sapeva fare assai bene parecchie cose. Non sapeva fare nulla in maniera impeccabile. Aveva molti amici. Anche qualche nemico. Qualcuna l'aveva amato molto, ma per nessuna era stato davvero al primo posto. In effetti, era sempre arrivato secondo, in tutto. Ed era gia' un traguardo, se si pensa a tutti quelli che vengono dietro, o peggio, a chi arriva sempre ultimo. Pero', ecco, questa situazione da eterno secondo era stata la sua croce. Perche' mai nella vita aveva sperimentato la gloria del vincitore. La gioia di salire sul podio. Per un qualsivoglia motivo. Allora un giorno decise di piazzarsi al primo posto. Lo volle fortemente. Con sovrumana dedizione. Si iscrisse al torneo mondiale dei secondi arrivati. E vinse. Imperfetto perfetto.
[n.d.c., "Don't let it bring you down", canta A. Lennox]
venerdì, 03 marzo 2006
Avatar.
Certo che ha un significato, il mio "avatar", l'omino che appare nel quadratino a fianco. Forse da una immagine cosi' piccola non appare, ma se lo potessi vedere con una lente di ingrandimento riconosceresti un noto supereroe. Di giorno e' un uomo normalissimo: quarantaquattro anni, un po' di pancetta, pochissimi capelli residui. Un inizio di presbiopia lo costinge a indossare scomodi occhiali con cui la messa a fuoco e' sempre imperfetta, da vicino come da lontano. Ha anche una moglie, di giorno, che non ha mai conosciuto la sua vera identita', e da anni gli rivolge le stesse lamentele. Ma se sapesse... Ah, si', ha anche un figlio quattordicenne con l'apparecchio e i brufoletti, timido e insicuro, e una figlia sedicenne e diffidente che si e' accorta all'improvviso che suo padre non conosce Robbie Williams (ma io dico...). Il nostro supereroe, alle 6:50, si alza e va a lavorare. Per dare alla sua vita una parvenza di normalita'. E perche' anche i supereroi pagano l'affitto. Si sporca anche le mani, sai. E fatica, anche. A volte si annoia, come chiunque. A volte si sente solo, come chiunque. A volte subisce angherie e muore delle quotidiane frustrazioni. A volte sorride, per quei ricordi che tiene nel cassetto, proprio li', sopra i sogni. Sicuramente lo hai incontrato anche tu, molte volte, magari non te ne sei accorto. Si sa nascondere bene, sai, di giorno. Ma quando cala il silenzio si trasforma in se stesso. E diventa lui, l'omino dell'avatar, quello che, nell'ombra, manda avanti il mondo da sempre: si chiama "uomo qualunque", ed e' il mio eroe.
[n.d.c., dedicata ad Aldebaran, "Boys don't cry", The Cure]