giovedì, 24 agosto 2006
Mi fido.

Si'. Mi fido dell'istinto, quando parla con quella chiarezza disarmante, inequivocabile e deciso, privo di logica eppure ineluttabile come le sentenze di un bambino, prepotente come una slavina su secoli di cognizioni e anni di buon senso. Quando zittisce il superfluo e diviene guida. Quando prevarica le ragioni della ragione, e le emozioni della pancia. Quando emerge da un apparente nulla e grida, cosi' forte che sai senza ombra di dubbio che quel che devi fare e' semplicemente seguirlo. Mi fido della forza dell'intuizione, oggi, piu' che della forza del pensiero razionale. Mi fido del mio naso. Quando non so neanche piu' dove sono, chiudo gli occhi e spengo la testa, e fiuto. Va' dove ti porta il fiuto. Mi fido di ogni cosa che nasce dalla terra uomo spontaneamente, senza bisogno di essere posta in una serra di ragionamenti, nasce quando e' il momento e lei e solo lei sa quale e' il momento giusto. Ma quando accade, lo sai anche tu. Mi fido della limpidezza che ti fa riconoscere un  richiamo. Di questo sguardo, mi fido.

[On air, "nessuno tocchi Caino", Enrico Ruggeri]
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lunedì, 21 agosto 2006
Non mi fido.
 
Di quelli che lavorano anche domenica e festivi, ne' di chi non lo ha mai fatto. Di quelli che ridono sempre. Di quelli che non ridono mai. Di chi vuole essere a tutti i costi divertente, e non ammette mai di sentirsi dannatamente solo. Ma neanche di chi si lamenta della propria solitudine. Non mi fido delle persone perfette, lavoro perfetto e famiglia perfetta. Non mi fido di chi ha sempre una ricetta in tasca, la battuta pronta, la parola adeguata, la risposta giusta. Non mi fido di chi non sbaglia mai. Di chi si siede in cattedra, di chi parla a voce troppo alta, di chi bisbiglia, di chi dimentica. Di chi non si e' mai sentito in esilio. Di chi non si e' mai sentito schiacciato. Di chi non ha mai toccato il fondo. Non mi fido di chi perde la testa, ne' di chi non l'ha mai persa. Non mi fido di chi non e' padre o madre di qualcuno o di qualcosa, fosse anche solo di un'idea. Non mi fido della forza di un individuo, quando e' fondata meramente sul consenso. Non mi fido di chi mi regala cio' che non gli appartiene. Di chi crede che qualcosa ci possa davvero appartenere. Non mi fido di chi ha certezze. Di chi non si mette in discussione ogni giorno, in ogni momento, in ogni frazione di secondo. Non mi fido dei poeti. Di chi mi racconta favole. Di chi non sa inventare favole per me. Di chi non ha mai toccato la musica, respirato il suo profumo, amato i suoi colori, e ribaltato in se' tutto l'universo in un solo momento. Di chi, camminando su un filo teso, non ha mai avuto il coraggio di chiudere gli occhi per concentrarsi  solo su quel filo. Non mi fido di chi  si annoia. Di chi ha tempo. Di chi non sa guardare. Di chi non si fida. Di me stessa.

[Oggi non poteva che essere questo: "Lily Marlene", Edith Piaf]
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domenica, 20 agosto 2006
Il fiume scorre cosi' lentamente in te che alla fine mi sono ingannata, illudendomi che il tempo si fosse fermato anche fuori da qui.  Che errore. Nulla e' rimasto come lo lasciai.  Non c'e' nulla che io riconosca piu'. Ciao, pianeta D.
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mercoledì, 16 agosto 2006
Nuda proprieta'
 
"Tricamere servizi giardino vendesi colle S. Giusto nuda proprieta' usufruttuario ottantasettenne vero affare"
Vero affare? Io da qui non me ne vado, non me ne andro' mai. Illusi. Vengono a visitare la casa con la ragazza dell'agenzia immobiliare, una piccola sprovveduta che non sa nulla della storia di questa citta' e dei suoi tanti fantasmi, una che misura al catasto il perimetro dei sentimenti e all'ufficio tavolare la loro quotazione sul mercato. Li accompagna qui a violentare la mia casa, insieme scrutano con occhi ammirati le stanze dove ho passato la vita, le stanze che io non apro mai, che non ho piu'  aperto da quindici anni, per non disperdere il profumo di lei, che se tiri su bene con le narici lo senti ancora, il suo profumo, ma niente, loro non sentono, loro non sanno, girano chiavi aprono porte polverizzano profumi dissolvono immagini  aprono finestre e inondano di luce il buio in cui lei riposa. Non fate rumore, per favore, lei sta riposando. Soddisfatti, misurano idealmente altezze considerando in silenzio ipotesi di ristrutturazioni. Poi mi guardano contando le mie rughe, cercando un tremore nelle mie mani, un vacillare nelle gambe, una opacita' negli occhi, un qualsiasi cenno di decadenza, e con la ragazza dell'agenzia bisbigliano freneticamente cercando accordi. Ma si illudono. Io non me ne andro' mai da questa casa. Non lascero' che altri ci vivano. Io saro' il custode del tuo sorriso, te l'ho promesso.

["Somewhere I belong", Linking Park]
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venerdì, 04 agosto 2006
La stella caduta  (storielletta zen)
 
Lui era un tipo piu' che pignolo. A lui piaceva scavare letteralmente le cose, tutte, fino all'osso. Cosi' lei aveva deciso di dimagrire per piacere a lui, ed era diventata piu' magra di una consolazione. Era talmente magra che salendo su una bilancia poteva conoscere con esattezza il peso del suo scheletro. Era cosi' magra che, negli aereoporti, le risparmiavano il metal detector. Chi l'aveva vista rastrellare l'erba del giardino munita una grossa falce era fuggito via facendo gli scongiuri.  Aveva un aspetto cosi' denutrito che perfino i barboni le facevano l'elemosina. E se proprio un complimento dovevi farle, avresti al piu' potuto elogiare l'eleganza dei suoi lunghi femori. Ma il digiuno prolungato non le aveva tolto l'arguzia, difatti qualcosa la ragazza alfine mangio', precisamente mangio' la foglia intuendo che il suo uomo la tradiva con un'altra. Colto in flagrante, lui si giustifico' confessando: aveva un debole per quelle con le rotule grosse.

[n.d.c.  State ballando su "Lose yourself", Eminem. Dedicata a un pomeriggio ad Oakland di tre anni fa.]
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mercoledì, 02 agosto 2006
Stabilimento Venezia

Eravamo li', nello stabilimento balneare, a sputare semi di cocomero sulla sabbia, gareggiando a chi sparava il rutto piu' potente. Poi entro' lei. Eta' indefinibile, occhiali scuri, cappello di paglia, pelle diafana. Era sola, ma chiese due sdraio e un ombrellone. Stese due asciugamani, e, parlando tra se', dispose con finto disordine un numero ridicolo di giocattoli sulla riva del mare. Secchiello, formine, barchette. Sorrideva, a volte rideva, e, dolce, mormorava, chinandosi spesso per accarezzare qualcosa nell'aria, seguendo con mani delicate un astratto profilo, disegnando una piccola figura invisibile a noi bagnanti accecati dalla leggerezza dell'estate. Era solo il sorriso di lei a donargli consistenza, a mutare l'intuizione in sensazione, a renderlo reale al punto che lo immaginammo davvero mentre afferrava le conchiglie che lei gli porgeva.
Non siamo riusciti a portare a termine la nostra gara. Abbiamo abbassato gli occhi, e siamo rimasti in silenzio. 
postato da: charm alle ore 00:23 | commenti (39)