Will you send me an angel? (Here I am...)
Ero molto piccola quando mia zia si sposo', quando colui che chiamavamo "zio" entro' nella mia vita. All'inizio fu una gioia, con tutti i regali che ci faceva e le attenzioni che ci dedicava. Di lui si diceva che amasse tanto i bambini... oggi so che sarebbe stato corretto definirlo pedofilo. Furono le uniche volte in cui io e mia sorella ci scambiammo sguardi di reciproca compassione, nel disperato silenzio che grida a chi non sa, o non vuole, ascoltare l'orrore. Non ne siamo piu' state capaci, di guardarci negli occhi. Nessuno ha mai capito il motivo della tristezza sul mio viso nelle foto della prima Comunione, io vestita come una sposina ma con un macigno nel cuore e un mostro dietro l'obiettivo, che mi seguiva ovunque.
Mi sono convinta che il mostro non ha lasciato alcun segno su di me, che non ho piu' pensato a lui in questi anni, che sono stata piu' forte, che un essere "malato" non puo' incrinare lo sbocciare di un fiore, che la mia vita e' andata avanti come se tutto fosse accaduto a un altro, non a me. Poi un dubbio mi e' venuto. Mi sono scervellata per capire. Per risalire alla fonte. Per ricordare. La prima volta che ho provato la rassegnazione. La prima volta che l'incredulita' mi ha paralizzata e ammutolita, precipitandomi allora e per sempre nell'inferno di chi non sa negare. La prima volta che ho sentito che il mio destino era quello: di non poter scegliere, di non averne il diritto. La prima volta che ho provato odio, un odio infantile e goffo, un odio immaturo e senza sfogo. La prima volta che mi sono sentita vittima, e ho pensato di essere nata per questo. La prima volta, allora. E ce ne sono state tante altre, dopo.
Quando lui mori', pochi anni orsono, l'unica cosa che mi dispiacque fu sapere che qualcuno pianse al suo funerale. Non meritava una lacrima in piu'.
Non so, ancora oggi, se quell'uomo ha devastato la mia vita (cosi' come quella di mia sorella e di chissa' chi altri), oppure se qualcosa si spezzo' prima, per altre ragioni, e magari davvero quello schifo non ha intaccato la mia scorza. E' difficile ricostruire con esattezza la sequenza temporale di eventi accaduti tanto tempo fa. E chissa' poi che cos'altro c'e' che la mia memoria furbamente nasconde. Boh? Ma la tremenda sensazione di non aver il diritto di scegliere non mi ha mai abbandonato. La combatto, e' la mia quotidiana guerra contro me stessa. Ovvio pero' che se mi devo sforzare per autoconvincermi di qualcosa, vuol dire che non mi viene naturale ne' istintivo. Forse per questo amo la liberta' a livelli quasi paranoici. E qui ci sarebbe ancora tanto da dire, magari un'altra volta. Noi donne, si sa, siamo fin troppo introspettive, e non sono sicura che avere infine delle risposte mi farebbe bene.
Oh. Niente parole di compassione, adesso. Va bene anche il solito ciao-charmina-buon-week-end. O anche niente. Vi lascio un sorriso e una ciliegia, visto che si e' fatto Giugno.
[stai ascoltando: Scorpions, "send me an angel"]
Ero molto piccola quando mia zia si sposo', quando colui che chiamavamo "zio" entro' nella mia vita. All'inizio fu una gioia, con tutti i regali che ci faceva e le attenzioni che ci dedicava. Di lui si diceva che amasse tanto i bambini... oggi so che sarebbe stato corretto definirlo pedofilo. Furono le uniche volte in cui io e mia sorella ci scambiammo sguardi di reciproca compassione, nel disperato silenzio che grida a chi non sa, o non vuole, ascoltare l'orrore. Non ne siamo piu' state capaci, di guardarci negli occhi. Nessuno ha mai capito il motivo della tristezza sul mio viso nelle foto della prima Comunione, io vestita come una sposina ma con un macigno nel cuore e un mostro dietro l'obiettivo, che mi seguiva ovunque.
Mi sono convinta che il mostro non ha lasciato alcun segno su di me, che non ho piu' pensato a lui in questi anni, che sono stata piu' forte, che un essere "malato" non puo' incrinare lo sbocciare di un fiore, che la mia vita e' andata avanti come se tutto fosse accaduto a un altro, non a me. Poi un dubbio mi e' venuto. Mi sono scervellata per capire. Per risalire alla fonte. Per ricordare. La prima volta che ho provato la rassegnazione. La prima volta che l'incredulita' mi ha paralizzata e ammutolita, precipitandomi allora e per sempre nell'inferno di chi non sa negare. La prima volta che ho sentito che il mio destino era quello: di non poter scegliere, di non averne il diritto. La prima volta che ho provato odio, un odio infantile e goffo, un odio immaturo e senza sfogo. La prima volta che mi sono sentita vittima, e ho pensato di essere nata per questo. La prima volta, allora. E ce ne sono state tante altre, dopo.
Quando lui mori', pochi anni orsono, l'unica cosa che mi dispiacque fu sapere che qualcuno pianse al suo funerale. Non meritava una lacrima in piu'.
Non so, ancora oggi, se quell'uomo ha devastato la mia vita (cosi' come quella di mia sorella e di chissa' chi altri), oppure se qualcosa si spezzo' prima, per altre ragioni, e magari davvero quello schifo non ha intaccato la mia scorza. E' difficile ricostruire con esattezza la sequenza temporale di eventi accaduti tanto tempo fa. E chissa' poi che cos'altro c'e' che la mia memoria furbamente nasconde. Boh? Ma la tremenda sensazione di non aver il diritto di scegliere non mi ha mai abbandonato. La combatto, e' la mia quotidiana guerra contro me stessa. Ovvio pero' che se mi devo sforzare per autoconvincermi di qualcosa, vuol dire che non mi viene naturale ne' istintivo. Forse per questo amo la liberta' a livelli quasi paranoici. E qui ci sarebbe ancora tanto da dire, magari un'altra volta. Noi donne, si sa, siamo fin troppo introspettive, e non sono sicura che avere infine delle risposte mi farebbe bene.
Oh. Niente parole di compassione, adesso. Va bene anche il solito ciao-charmina-buon-week-end. O anche niente. Vi lascio un sorriso e una ciliegia, visto che si e' fatto Giugno.
[stai ascoltando: Scorpions, "send me an angel"]
postato da: charm alle ore 01:30 |
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