venerdì, 23 novembre 2007
Come un goal in fuorigioco
 
Fino a sei anni, ho creduto all'esistenza Babbo Natale. Era splendido crederci. Era elettrizzante aspettarlo. Sapere che non avrei potuto vederlo, ma che sarebbe entrato nella mia casa, a pochi passi da me, di notte, a portarmi dei regali. Lui c'era, come io per lui. Questo mi rendeva felice. Quando la  maestra, con nonchalance, mi svelo' la verita',  il mio universo si oscuro'. Colpo di spugna sul tempo dei sogni. Quel che faceva male non era solo l'omicidio a sangue freddo di Babbo Natale. Era soprattutto l' ombra di ridicolo gettata sulla mia felicita' passata. Era il togliere significato a tutta la gioia che la sua presenza mi aveva regalato.  E smaterializzarla, polverizzandola, raggirandola. Si ripartiva da zero, quella felicita' non valeva alcun punto, era frutto di un baro: annullata. Come un goal in fuorigioco.
Ero stata felice per qualcosa che non era mai esistito. Ed ero appena all'inizio.
Se oggi penso a quanta felicita' ho provato nella vita per cose che non esistevano, che avevo solo immaginato. 
Non so se e' piu' grande quel senso di commiserazione, quell' idea di ridicolo, quello spreco di emozioni, quel tonfo di castelli che crollano.
O se ringraziare il destino per avermi consentito di illudermi, e di viverla, quella felicita', pur basata sul nulla. Di costruirlo, quel palazzo senza fondamenta.
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mercoledì, 14 novembre 2007
Milano Centrale

Sono stata per qualche giorno in una "ridente" cittadina del nord Italia. Lo so che Milano non e' ridente, affatto, ma a lei piace sentirsi definire cosi'. Non glielo dice mai nessuno. E la sera, in zona Stazione Centrale, c'e' poco da ridere. Qualcuno ha creduto che fossi una puttana. Qualcuno, forse, che ostentassi ricchezza, cercando provocatoriamente lo scippo. Perche' te ne vai in giro di notte, proprio qui? E sebbene avessi l'agendina piena di numeri da chiamare, e soldi da spendere in un bel ristorante, sebbene avrei potuto permettermi di tutto, le mie gambe mi hanno di nuovo condotta li', in una specie di mensa per barboni vicino alla Stazione. E' un bel posto per ridimensionare la propria solitudine, perche' c'e' sempre tanta gente, ed e' tutta gente sola. E' un posto grande e pulito, ben illuminato e ben riscaldato, con tanti buoni cibi e tanti tavoli, tutti grandi ma tutti occupati da singole persone. Anzi, da persone sole. Un grande schermo tv sintonizzato su canale5, e, allo stesso tempo, la radio accesa a massimo volume: cosi' non si ascolta nulla, ne' la radio, ne' la televisione. Ma nessuno protesta. Quello schermo e' solo una scusa, un appiglio per lo sguardo, un giaciglio mentale. Basta soffocare il silenzio, basta che sembri normale. Cosi' ciascuno sta seduto a un tavolo, col proprio vassoio e gli occhi adagiati sullo schermo tv, la mente palesemente altrove, l'aria stanca, gli abiti sporchi. Nessuno guarda gli altri ne' si guarda intorno, non si e' li' per cercare compagnia. Neanche io col mio vassoio, il tavolo da dieci che occupavo solo io, in quell'atmosfera surreale che trovo ogni volta. Ma il fatto e' questo, e' che io, in quella mensa per barboni, disadattati e puttane in pausa, mi sento a casa. Riesco a non sentirmi giudicata, a guardarmi intorno, proprio io che tra la gente tengo sempre gli occhi bassi augurandomi di diventare invisibile all'istante. Li'  sono tranquilla, non devo dimostrare nulla, non importa a nessuno che lavoro faccio, quanti articoli ho scritto, se ho rispettato le scadenze, se mi sono lavata, se scrivo o dico banalita', se sono disordinata e disorganizzata, se sono ancora in piedi a quest'ora di notte, li' nessuno ha paura di me e io non ho paura, li' nessuno mi aggredisce  neppure verbalmente, li' nessuno ha voglia di fare la guerra, tutti hanno deposto le armi gia' da un pezzo, non hanno nulla da perdere e nulla da vincere. Penso che l'energia potenziale, pericolosa, della loro rabbia si sia esaurita il giorno in cui si sono rassegnati. Molti li definirebbero "perdenti". Fatto sta che io li' mi sento in famiglia. Mi sento a mio agio. Tra miei simili, seppure a Milano. Paradossalmente, in mezzo a quella solitudine non mi sento affatto sola. Mi veniva da ridere, a pensarci. Quando l'ho raccontato, poi, al mio collega comunione-e-liberazione, con superfamiglia e megacertezze, lui ha sgranato gli occhi e mi ha compatita, preghero'-per-te.

R.: Proprio li', nella tua citta', ho iniziato a leggere il libro che mi hai regalato, e mi sono ritrovata in una frase, pagina 92: "la sua non era affatto incoscienza, ma una forma autodistruttiva provocata dalla rabbia per il mondo com'era".  Non so ancora se mi piace: e' qualcosa che mi somiglia.
postato da: charm alle ore 00:59 | commenti (32)