La bidella
Arrivo in questo istituto di ricerca ogni mattina alle cinque e mezza. Apro lo stanzino delle scope, prendo l'attrezzatura necessaria, detersivi, guanti, stracci, rotoli di carta. Nessuno di loro mi incontra mai: vado via come un'ombra prima dell'arrivo del piu' mattiniero dei professori. Cosi' quando scoprono bagni e uffici puliti sembra opera di un' ordinaria, indifferente magia. Il cestino svuotato, il posacenere lavato, la pianta bagnata, la scrivania spolverata, il pavimento lindo, la lavagna cancellata... Gia', la lavagna. Lavagne enormi, lunghe cinque, sei metri, come intere pareti. Alcune riportano timide bozze di teorie o modelli poi abbandonati. Altre straripano di formule, di numeri e di simboli, scritti fitti fitti, in un ordine a me alieno, strani e affascinanti disegni con cui la mente, la loro, entra in contatto con il cosmo o diavolerie simili che io non potro' mai capire. Chissa' come e'. Essere una di loro. Mi sarebbe piaciuto...
La lavagna, dicevo. Ho il mio metodo, oramai, per pulirla. Inizio dall'angolo in alto a sinistra e compio un percorso in diagonale. Ogni pensiero degli scienziati evapora in nuvole di gesso e muore nell'angolo in basso a destra. Il mio straccetto sopra il pensiero di un genio. Ho ancora soggezione per questo gesto distruttivo, che ogni volta vorrei scusarmene, scusatemi per questo delitto, e' il mio lavoro. Oggi e' accaduto un fatto molto brutto. Ero arrivata, infine, all' angolo in basso a destra, lavagna della stanza numero 6, insolitamente densa e frenetica. Troppo tardi ho letto la scritta col gesso, confusa oltre i tanti numeri, che diceva "per favore non cancellare". Proprio cosi'.
Arrivo in questo istituto di ricerca ogni mattina alle cinque e mezza. Apro lo stanzino delle scope, prendo l'attrezzatura necessaria, detersivi, guanti, stracci, rotoli di carta. Nessuno di loro mi incontra mai: vado via come un'ombra prima dell'arrivo del piu' mattiniero dei professori. Cosi' quando scoprono bagni e uffici puliti sembra opera di un' ordinaria, indifferente magia. Il cestino svuotato, il posacenere lavato, la pianta bagnata, la scrivania spolverata, il pavimento lindo, la lavagna cancellata... Gia', la lavagna. Lavagne enormi, lunghe cinque, sei metri, come intere pareti. Alcune riportano timide bozze di teorie o modelli poi abbandonati. Altre straripano di formule, di numeri e di simboli, scritti fitti fitti, in un ordine a me alieno, strani e affascinanti disegni con cui la mente, la loro, entra in contatto con il cosmo o diavolerie simili che io non potro' mai capire. Chissa' come e'. Essere una di loro. Mi sarebbe piaciuto...
La lavagna, dicevo. Ho il mio metodo, oramai, per pulirla. Inizio dall'angolo in alto a sinistra e compio un percorso in diagonale. Ogni pensiero degli scienziati evapora in nuvole di gesso e muore nell'angolo in basso a destra. Il mio straccetto sopra il pensiero di un genio. Ho ancora soggezione per questo gesto distruttivo, che ogni volta vorrei scusarmene, scusatemi per questo delitto, e' il mio lavoro. Oggi e' accaduto un fatto molto brutto. Ero arrivata, infine, all' angolo in basso a destra, lavagna della stanza numero 6, insolitamente densa e frenetica. Troppo tardi ho letto la scritta col gesso, confusa oltre i tanti numeri, che diceva "per favore non cancellare". Proprio cosi'.
